Roma (9 settembre 2010).- E' una 'Italietta' quella disegnata dall'Ocse. La qualità del sistema scolastico relega, infatti, il nostro paese agli ultimi posti con una spesa di circa 8.600 dollari per studente universitario, contro i quasi 13 mila degli altri paesi, cifra nella quale è compresa la ricerca. "Dati che - commenta Antonio Borghesi (IdV) - si commentano da soli". E non fa bella figura la scuola; l'Italia, infatti, è in coda alla classifica per spesa: 4,5 per cento del Pil per le istituzioni scolastiche, contro una media Ocse del 5,7 per cento. Persino Brasile ed Estonia sono più generosi mentre facciamo meglio solo della Slovacchia. Numeri che non si prestano a letture differenziate.
Eppure per il ministro Gelmini "i risultati dell'indagine Ocse confermano la necessità di proseguire sulla strada delle riforme. La ricerca dimostra che la qualità dell'istruzione non è affatto legata al numero di ore passate tra i banchi". Per migliorarla , aggiunge il ministro in una nota stampa, è fondamentale che "la retribuzione dei docenti sia basata sul merito e non esclusivamente sull'anzianità di servizio". E, ancora: "in un contesto internazionale che richiede rigore nei conti pubblici, l'indagine conferma che è necessario ottimizzare le risorse per l'istruzione. Esattamente ciò che il governo italiano sta facendo".
La ricerca dell'Ocse giunge mentre in Italia i precari della scuola sono in rivolta e si accinge a riaccendersi la polemica intorno alla riforma del sistema universitario. "Una vera riforma dell'Università dovrebbe partire dalle risorse", dice Antonio Borghesi per il quale "il ministro Gelmini, che non ha saputo far altro che tagliare nel settore scuola e nella ricerca, che rischia di affondare completamente e continua a dire che i costi sono elevati, forse, prima di parlare, dovrebbe studiare i dati". Quel che viene contestato al governo è la mancata politica di investimenti e il ricorso ai tagli. "Invece di investire sull'istruzione e sulla formazione come succede in ogni altro Paese - dichiara Fabio Giambrone (IdV) - il governo Berlusconi colpisce a morte la scuola pubblica con tagli indiscriminati che lasceranno senza lavoro migliaia di uomini e donne, nonostante abbiano vinto concorsi e ottenuto più di una abilitazione".
Una povertà di investimenti che incide negativamente sui risultati scolastici e sul numero dei laureati e dei diplomati. "Il governo -dichiara Mariangela Bastico (Pd)- nega, in questo modo, all'Italia una prospettiva di sviluppo strutturale basata sulla qualità della risorsa umana e professionale, al contrario delle indicazioni europee e delle scelte dei Paesi più avanzati del mondo". Una scelta che per la senatrice appare "molto dannosa" perché "nega futuro ai nostri giovani, non a caso i livelli di disoccupazione giovanile costituiscono un primato negativo del nostro Paese".
Ed è questa politica che favorisce la protesta dei precari della scuola. Da nord a sud, sono in atto scioperi della fame per chiedere un incontro alla Gemini che, invece, risponde 'picche'. Decisione "particolarmente grave", stigmatizza la Bastico per la quale le scelte del ministro rappresentano "un puro disinvestimento sulla scuola e sulle università pubbliche". Se è vero che il numero delle ore non è garanzia unica della qualità della scuola "è assolutamente fondamentale - conclude Bastico - garantire un orario adeguato per i laboratori tecnici, scientifici, informatici e linguistici e per rendere i ragazzi protagonisti dei propri apprendimenti, attraverso esperienze pratiche e attraverso l'alternanza scuola-lavoro". Da registrare anche la provocatoria dichiarazione di Marco Di Lello, coordinatore della segreteria nazionale del PSI. "Perché la ministra non chiede a Tremonti di detrarre dall'8 per mille che versa alla Chiesa cattolica, il miliardo che spende tutti gli anni la Pubblica istruzione per pagare gli stipendi agli insegnanti di religione?".
Provocazione o no, il problema degli insegnanti di religione è un 'nodo' che viene periodicamente alla ribalta. Sono docenti, chiarisce l'esponente socialista, assunti dai vescovi e non dalla Gelmini e "con quei soldi si potrebbe sanare, almeno in parte, la questione dei precari che è, ricordiamolo, un nodo cruciale per mantenere a un livello decente la qualità della scuola pubblica". Intanto l'Unione sindacale di base (Usb) invita tutti i precari e i comitati della scuola a costruire una Assemblea Nazionale per il prossimo 25 settembre. "Un'assemblea - si legge in una nota sindacale -che faccia anche chiarezza rispetto alle ambiguità e complicità di Cgil Cisl e UIL, che in questi anni hanno contribuito a vario titolo allo sfascio del sistema dell'istruzione e della conoscenza e favorito nei fatti la perdita di diritti, dignità e posti di lavoro". Diversi gli argomenti sui quali i partecipanti saranno chiamati a discutere: il ritiro dell'articolo 64 della finanziaria del 2008 (133 mila posti di lavoro e 8 miliardi tagliati alla scuola) e di tutti i decreti attuativi ad essa collegati (riforma della scuola primaria e secondaria); l'immediata assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari sui posti vacanti e disponibili secondo l'organico precedente ai tagli del piano Tremonti/Gelmini; il recupero degli 8 miliardi di finanziamento alla Scuola Pubblica Statale; la reinternalizzazione dei servizi esternalizzati e la definitiva stabilizzazione degli ex-Lsu; il mantenimento dell'età pensionabile delle donne a 60 anni.
Giovanni Greco