diretto da Vincenzo Greco

In attesa di uno squillo

Aumentano i giovani assunti con il ‘lavoro a chiamata’ – soddisfatta la CISL che non rinuncia alla polemica contro i detrattori di questa tipologia lavorativa

Roma (1 settembre 2010).- Job-on-call, solito termine inglese per definire il 'lavoro a chiamata', tipologia contrattuale introdotta in Italia nel 2003, con la riforma del mercato del lavoro prevista nella legge 30. Con questo contratto il lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che può richiedere la prestazione lavorativa, nei limiti stabiliti dalla legge, anche in momenti successivi alla stipula del contratto.

E solo dal 2006 che le imprese iniziano a occupare lavoratori intermittenti e il ricorso a questo tipo di contratto mostra nell'anno un graduale, ma moderato incremento. Nel 2007 il fenomeno presenta una crescita più sostenuta e assume una dimensione significativa, raggiungendo le 80 mila unità nel mese di dicembre. "Tale crescita prosegue nel 2009 anno in cui - secondo uno studio dell'Istat - le posizioni lavorative a chiamata raggiungono il picco massimo a dicembre con oltre 140 mila unità, mostrando di non risentire particolarmente della crisi economica". Sebbene questa tipologia contrattuale sia nata per soddisfare esigenze di flessibilità e discontinuità della prestazione lavorativa, è prevista la possibilità di stipulare contratti di lavoro a chiamata anche a tempo indeterminato.

"Il datore di lavoro - continua l'Istat -può così sfruttare appieno i vantaggi derivanti dalla semplificazione delle procedure di assunzione in virtù della quale gli adempimenti amministrativi devono essere effettuati soltanto al momento della stipula del contratto". Il triennio 2006-2009 analizzato dall'Istituto mostra che nel settore degli alberghi e ristoranti si concentra circa il 60 per cento del totale dei lavoratori intermittenti . La restante quota è occupata prevalentemente nei settori dell'istruzione, sanità, servizi sociali e personali (12 per cento circa) e del commercio (circa il 10 per cento). Il job-on-call non risulta affatto utilizzato, invece, nel settore dell'intermediazione monetaria e finanziaria (sezione K dell'Ateco 2007). Dati che soddisfano il presidente della Commissione Lavoro di Confcommercio, Francesco Rivolta. "Il lavoro a chiamata- dichiara - si dimostra di primaria importanza per consentire al sistema produttivo di far fronte alle diverse esigenze organizzative dettate dalla necessità di competere in un'Europa ed in un mondo ormai globalizzato".

E che sono apprezzati dalla Cisl. Tant'è che Giorgio Santini, segretario confederale, li definisce "doppiamente importanti". Da un lato, dichiara il sindacalista, "danno seguito alla richiesta da sempre portata avanti dal sindacato di analizzare l'utilizzo quantitativo e qualitativo dei contratti flessibili" e dall'altro "dimostrano che un utilizzo corretto, regolamentato ed adeguatamente retribuito della flessibilità, anche in tempi di crisi economica, può rappresentare un significativo beneficio per i lavoratori ed un'opportunità in più, in particolare per i giovani".

Non rinuncia alla polemica contro coloro che avevano dipinto il 'lavoro a chiamata' come "il simbolo dello sfruttamento e della precarietà" perché oggi appare in modo evidente che si tratta di "uno strumento valido, in quanto é un contratto di lavoro subordinato,con tutte le garanzie connesse, importante per far fronte ai picchi produttivi in settori molto frammentati come quelli alberghiero, del commercio e della ristorazione". In realtà c'è poco da essere contenti e da gridare al successo. Lo si capisce leggendo in modo approfondito il documento dell'Istat.

Le imprese ricorrono al contratto di lavoro intermittente quasi esclusivamente per coprire posizioni lavorative con qualifica operaia, che rappresentano il 90 per cento circa del totale, con un massimo di oltre il 98 per cento nel settore degli alberghi e ristoranti. I dipendenti a chiamata inquadrati come impiegati costituiscono una quota significativa solo nel settore del commercio (36 per cento circa nel 2007 e 30 per cento nel 2009). L'industria in senso stretto, le costruzioni e i trasporti e magazzinaggio sono i settori in cui la quota dei job-on-call a tempo indeterminato risulta più elevata. La regione in cui si concentra il maggior numero di contratti a chiamata è il Veneto (intorno al 20 per cento), che contribuisce a fare del Nord-est la ripartizione in cui il ricorso al job-on-call è più elevato (circa 41 per cento). Il Nord-ovest è caratterizzato da un'alta concentrazione di lavoratori a chiamata in Lombardia (intorno al 17 per cento), mentre il Centro presenta una maggiore dispersione tra le diverse regioni. Generalmente basso è il ricorso al lavoro a chiamata nel Sud e ancor di più nelle Isole (rispettivamente 9 e 2 per cento circa).

E, ancora. "Per i dipendenti a chiamata - scrive ancora l'Istat - l'input di lavoro, misurato in termini di ore retribuite, risulta particolarmente basso. Nel settore degli alberghi e ristoranti, per esempio, la quantità di ore lavorate per posizione lavorativa rappresenta meno di un settimo dell'orario full time previsto dai contratti collettivi applicati in questo comparto. In questo settore, nell'intero periodo considerato, le posizioni lavorative con contratto a chiamata ricondotte a unità di lavoro equivalenti a tempo pieno non superano le 22mila unità" .

Giovanni Greco

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